BOLOGNA ... et cetera

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Notizie curiose, particolari e quasi dimenticate di Bologna e del Bologna FC

Le notizie saranno inserite in ordine sparso e nel tempo. Insomma una forma "anarchica" di impaginazione. 

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L’ufficio nascosto di Dall’Ara

In un palazzo di Via Boldrini c’è "una porta come tante per una storia come poche" visto che conduceva allo studio del mitico presidente rossoblu

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Il palazzo di Via Boldrini è di quelli un po’ anonimi, edificati o ricostruiti dopo la seconda Guerra Mondiale a poche decine di metri dalla stazione centrale. Oggi è occupato dalla filiale di una banca, dopo che per anni era stato la sede del Consorzio Palata Reno e prima ancora la sede di un maglificio. La porta ha le iniziali RD in metallo e portava direttamente allo studio privato del proprietario dell’azienda tessile e quello studio è rimasto a lungo intatto dopo la morte di quella persona, anche dopo il passaggio di proprietà dell’edificio. Perché le iniziali, il maglificio, il palazzo di Via Boldrini erano quelli di Renato Dall’Ara, presidente del Bologna dal 1934 al 1964 e per lungo tempo quel luogo era stato tenuto come lo aveva lasciato Dall’Ara.

I grilli ai Giardini Margherita nel 1970

I Giardini Margherita

E’ il più esteso e frequentato parco cittadino. Realizzato, su disegno del piemontese Sambuy, venne inaugurato nel 1879 con il nome di Passeggio Regina Margherita (in omaggio alla moglie di Umberto I).

I giardini, che hanno una superficie di 26 ettari, conservano buona parte dell’assetto originario, vagamente ispirato ai parchi romantici inglesi.

Durante i lavori per la realizzazione del parco, nell’area venne alla luce un sepolcreto etrusco, dal quale proviene la pregevole tomba in travertino che si ammira ai margini del prato centrale.

Una curiosità, sul lato meridionale del laghetto, è il breve tratto all’aperto che ancora compie l’antico Canale di Savena (1176), una delle vie d’acqua che un tempo caratterizzava la città.

• ​​I grilli ai Giardini Margherita nel 1970

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​​• Lo Chalet dei Giardini Margherita in questa immagine del 1890

Gita in barca ai Giardini Margherita nel

Gita in barca ai Giardini Margherita nel 1911

Lo Chalet dei Giardini Margherita a fine

• Lo Chalet dei Giardini Margherita a fine Ottocento.

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Il leone Reno ai Giardini Margherita in bella posa, nel 1951

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• La vasca dei Giardini Margherita nell'immagine degli anni Sessanta

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Il laghetto dei Giardini Margherita in questa immagine dei primi anni del Novecento

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Pattinatori sul ghiaccio, nel laghetto dei Giardini Margherita, negli anni Venti

I Giardini Margherita

 

I giardini occupano una superficie di 26 ettari, ma i nostri punti preferiti sono per lo più due: il laghetto, popolato da tartarughe, pesci rossi e qualche gigantesca carpa d’acqua dolce, e il “pratone”, un grande spazio verde.

Il terreno su cui sorge il parco fu acquistato per 150 mila lire dal conte Angelo Tattini che, dopo aver deciso di tenerne una parte per sè, lo rivendette al comune per 140.000. La cessione era però subordinata ad una clausola: il terreno doveva essere destinato alla costruzione di un giardino pubblico.

Erano gli anni’70 dell’800 e molte città, italiane ed europee, avevano o stavano costruendo grandi parchi pubblici e alla moda dei giardini all’italiana era subentrata quella dei parchi all’inglese.

Come si può facilmente intuire dal nome, il parco fu dedicato alla regina Margherita di Savoia, moglie di Umberto I, che visitò la città nel 1878, un anno prima dell’apertura al pubblico dei giardini.

 

Il laghetto

 

Il laghetto fu progettato, come il resto del parco, dal conte Ernesto Balbo Bertone di Sambuy, ideatore del parco del Valentino a Torino. I viali su cui pedaliamo o sfrecciamo sui roller erano destinati al passaggio delle carrozze.Vecchie foto mostrano signore in lungo pattinare sul laghetto ghiacciato, insieme ai loro, altrettanto eleganti, accompagnatori.

Negli anni’80 del 800 il laghetto era “navigabile” con piccole barche a noleggio.

Naturalmente, il laghetto non è sempre stato come lo conosciamo oggi. Un tempo, ad esempio, non c’erano le fontane allineate che ci sono adesso e al centro del laghetto stava la fontana con le sirene che ora si trova nel parco della Montagnola.

 

Leoni e altri animali

 

I Giardini Margherita sono stati per anni la casa di due leoni. Si chiamavano Reno e Sciascia e furono donati alla città dai reduci della campania d’Etiopia. Vennero rinchiusi in una gabbia, appositamente costruita. Altre gabbie “ospitarono”, fino alla fine dei’70, capre e daini, pappagalli e scimmie. Nella prima metà del secolo scorso si tentò, con scarso successo, di popolare il laghetto con gru e fenicotteri, poi sostituiti con anatre e germani reali.

Gli animali di questo piccolo “zoo” non furono gli unici a vivere ai giardini, infatti, per diversi anni ci sono stati anche i cavalli dell’ippodromo.

La funicolare e l’orto di guerra

I Giardini Margherita, come è normale che sia, non sono sempre stati come li conosciamo noi. Nel 1888, ad esempio, i giardini furono sede dell’ Esposizione Emiliana. Una delle più grandi attrazioni di questa esposizione fu la funicolare a Cremagliera che collegava i giardini con San Michele in Bosco. Alcuni avrebbero voluto mantenerla ma alla fine l’idea fu bocciata anche se si narra che nei pochi minuti della corsa si avesse la sensazione di spiccare il volo.

Oltre mezzo secolo dopo, nel 1941, i Giardini Margherita divennero il più grande orto di guerra della città. Il pratone venne trasformato in un campo coltivato a grano, colza e patate. Nelle estati del 1942 e 1943 il grano raccolto in città e trebbiato dai gerarchi in camicia nera al centro di Piazza Maggiore e poi benedetto sulla scalinata di San Petronio. Cerimonia che non si ripeterà per la trebbiatura del 1944. Nel corso dell'ultimo anno di guerra, con lo sfollamento dei residenti delle campagne, l'intera città di Bologna prende un aspetto rurale. Molti cortili si trasformano in stalle improvvisate, alcuni sagrati diventano aie. Tutte le attività produttive tendono a concentrarsi negli spazi cittadini: uno dei sei mulini attivi in quei mesi si trova sotto le due Torri, all'angolo tra Via Zamboni e Via dei Giudei.

Appena due anni prima, il primo settembre del 1939, in questo luogo,  Pierpaolo Pasolini e Roberto Roversi, intenti a discutere di letteratura, appresero che la Germania aveva invaso la Polonia.

 

Le Scuole Fortuzzi

Il nome dei Giardini Margherita è legato a doppio filo a quello delle scuole Fortuzzi. Le Fortuzzi nacquero come scuola all’aperto, all’interno dei Giardini Margherita. Correva l’anno 1917 e l’intento era quello di permettere ai bambini gracili e esposti alla tubercolosi di trascorrere molto tempo all’aria aperta.

La tomba etrusca

 

All’interno dei Giardini Margherita è ancora visibile una tomba etrusca. Si tratta di un sepolcro di blocchi di travertino. Fu rinvenuto, tra il 1887 e il 1889 da Edoardo Brizio. In precedenza, durante i lavori di costruzione del Passeggio Regina Margherita, nome originale del parco, nel corso di uno scavo condotto da Antonio Zannoni, furono rinvenute 172 tombe. Si tratta di tombe risalenti al VI-IV secolo. Diverse sono custodite al Museo Archeologico.

I Grilli dei giardini Margherita

 

All’interno dei giardini Margherita ci sono diverse aree gioco. Vari punti del giardino ospitano anche giochi a pagamento. Tra tutti spiccano i grilli.

Si tratta di tricicli a pedali con cui i bambini possono “correre” lungo un percorso, tracciato con vecchie gomme d’auto, poco distante dall’ingresso di via Castiglione. Il noleggio di questi tricicli fu introdotto nel 1951 da Vanes Capozzi. All’epoca le catene dei grilli erano fatte con le corde delle tapparelle.

La statua di Vittorio Emanule II

 

Se si entra ai Giardini Margherita da Porta Santo Stefano ci si imbatte quasi immediatamente nella statua a Vittorio Emanuele II. Anche questa non è sempre stata qui. La statua si trovava in Piazza Maggiore ma fu spostata all’ingresso dei giardini nel 1944, come segno di protesta dei fascisti verso il “tradimento” di Casa Savoia.

Il finto digiunatore Cadranel

Nel febbraio del 1938 arrivò a Bologna un personaggio di cui tutta l'Italia parlava da tempo. Era il famoso fachiro Cadranel che si sistemò in un locale sotterraneo di via Ugo Bassi, annunciando che avrebbe digiunato per un mese intero. Cadranel si era fatto rinchiudere in una specie di bara di cristallo sigillata, alla presenza di un notaio, e aveva gridato ai quattro venti che ci sarebbe rimasto un numero incredibile di giorni e di notti, senza toccare una briciola di pane, senza sorseggiare nemmeno un bicchiere d'acqua, ignorando insomma qualsiasi necessità corporale. La gente pagava due lire, scendeva nel locale, guardava l'omino sdraiato nella bara, col suo turbante di fachiro attorcigliato alla testa, e se ne andava incredula e diffidente.

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Cadranel giace nella sua bara di cristallo

Il giornalista del Resto del Carlino Carlo Casali, stimolato da tanta curiosità e diffidenza, decise di svelare il mistero del digiunatore sotto vetro. Dopo molte indagini e colloqui clandestini si fece amico un cadranelliano dissidente, cioè uno della troupe che aveva serie ragioni per dire tutta la verità sul suo padrone e che gli raccontò l'incredibile storia di un cacciavite e del suo impensato nascondiglio. Forte della scoperta si precipitò in questura e propose un patto al questore di allora, che era Polito: lui avrebbe fatto una brillante operazione, tirando fuori il cacciavite e smascherando un truffatore, ed egli avrebbe avuto per il giornale la priorità della notizia. Alle quattro del mattino i questurini irruppero nella tana di Cadranel e agirono a colpo sicuro.

Li accompagnava un medico che, vendicando il notaio ingannato, aprì la bara di vetro ed estrasse un piccolo cacciavite dalla parte più nascosta e meno nobile del corpo del digiunatore. Con questo cacciavite Cadranel, profittando dei momenti in cui la sala era vuota (cioè verso l'alba) schiodava un'assicella del suo giaciglio e da quel pertugio passava zucchero e carne tritata. Poi richiudeva tutto, si rimetteva il cacciavite dove detto e tornava a sdraiarcisi sopra. Fu così che Bologna sconfisse il falso digiunatore Cadranel, che in realtà risultò essere un certo Ciro Sanna di Sassari, il quale fu arrestato, processato e condannato per truffa insieme alla sua segretaria trentottenne.

Il record del Bologna FC 1909 con le squadre inglesi

Il Bologna ha un record, nella sua storia, molto invidiabile. Fu la prima squadra italiana in tutta la storia del calcio italiano ad aver battuto una squadra inglese. Questo successe nel 1937 nella finale del Torneo dell'Expo di Parigi. Era il 6 giugno del 1937 e la finalissima si giocò nello stadio di Colombes di Parigi contro il Chelsea ed il Bologna vinse con il punteggio finale di 4-1.

Fu anche la prima squadra italiana a vincere contro una squadra inglese in casa loro.

8 marzo 1967. La partita era valida per gli ottavi di finale per quella che oggi è chiamata Europa League 1966/1967.

Si giocò sul campo The Hawthorns a West Bromwich e la partita terminò col punteggio di 3-1 per il Bologna. Le reti furono segnate da Harald Nielsen al minuto 37 del primo tempo. Dopo 6 minuti, al 43°, raddoppiò il Capitano, Giacomo Bulgarelli. Il primo tempo si concluse con il Bologna in vantaggio di 2 gol a zero. Nel secondo tempo, al 54°, per il West Bromwich, segnò Ray Fairfax e dieci minuti dopo (64°) siglò il definitivo 1-3 di nuovo Harald Nielsen. L'allenatore del Bologna era Luis Carniglia. Si giocò davanti a 27.527 spettatori e la partita fu arbitrata da Vital Loraux del Belgio.

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Al fatâz di Zardén Margarétta (La Flèvia)

La zirudèla è un componimento dialettale umoristico tipico dell’Emilia Romagna.
La zirudèla dei Giardini Margherita è una delle più famose a Bologna ed è intitolata "Al fatâz di Zardén Margarétta" (La Flèvia).

Questa storiella è stata ripresa da un fatto realmente accaduto, narrato dal Resto del Carlino nel 1924.

I vigili urbani stavano attraversando i Giardini Margherita alle 9 della mattina del 24 luglio 1924, quando sentirono gli urli di una donna,

Flavia Sagrati, infermiera del manicomio, che sosteneva di essere stata molestata visivamente da un giovane di circa 30 anni. Costui l’aveva afferrata per il vestito e le aveva mostrato membro e genitali. Poi, dato che la donna aveva iniziato ad urlare, il giovane si era allontanato.
Così, i vigili fermarono l’impiegato Vittorio Scarabelli di 27 anni che fu accompagnato in questura. Al processo per oltraggio al pudore che si tenne il 2 Agosto del 1924 l’impiegato venne assolto.

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L'é al Carlén
un giurnèl da biricchén
parché al dis zérti busi
ch'j fan vgnir drétt i cavì.
Lò al métt sampr a mèl parté
totti el dòn ch'el'jan maré
e ti mena gran scalpore
per l'offesa del pudore,
ch'j fenn sòura el povri dón,
séppen vach oppùr madón!
Anch a cast d'un sacrifézzi
a voj dir al mi giudézzi,
dimustrànd che Scarabèl
al n'é brisa cal purzèl
che al crunésta guasta-amstir
al le vlé fèr cumparìr,
ma che invece fu la Flavia
che, con mossa poco savia
par la só reputaziàn,
al le fé mettr in parsàn.
Ecco qué cum sta l'affèri
ch'l'é un poch fora d'l'urdinèri.
L'è Vittóri un bèl zuvnót,
impieghè int un Banch dal Lót;
péin ed vétta e péin'd calura
e con l'oca sàmper dura.
Tott i de lò al va aj Zardén
a zarchèr di bisticchén
e a studièr una manira
ed sfughèr l'oca ch'aj tira.
In mancanza ed cul o ed fléppa
als cuntànta anch d'una péppa,
ma, par dirv tótt qual ch'é vèira,
l'ha un gran dàbbel par la pèira.
Se lò al vadd chi bi culón
ch'j fan vgnir a co i fittón,
als arschèlda int un mod tèl
ch'an pol piò tartgnir l'usèl,
mo bisaggna ch'al'le smorza
par amòur oppùr par fòrza.
FIèvia, invézi, è una spuslóta
che a un ban caz l'aj sa tgnir bota;
che l'at mastra un pèr ed tatt
fati apósta pr'el pugnàtt,
poi, con trista tracotanza,
un gran cul fora urdinànza,
con du ucc d'un culòur vègh
che s'la't guèrda at sfiobba el brègh.
La so bacca l'é un stampén
fat a pósta pr'j bucchén,
e, int el man so, la capèla
sta c'm'un cinno in cuzzidrèla.
Par fìnirv la descriziàn
ed ste bel pèz ed figàn,
av dirò ch'lé un'infarmìra
e ch'l'ha sàmper quél ch'aj tira.
Scarabèl, l'ètra mattéina,
stèva a goder l'ariaréina
ai Zardén, le dal rastèl,
e s'as tgnéva strécch l'usèl,
che, par vézzi o tentaziàn,
al livèva pr'aria al stan.
Flèvia, ch'pasa in cal mumànt
col so cul bèl provocànt,
vi ch'ai dà un'ucciè assasséina
própi invatta a l'ucaréina
ch'me par dir: - satta a cla brèga
an j-é zert vója ed lumèga! -
Scarabèl, ch'al s'n'éra adè
dal mutiv dla bèla ucciè,
dri ch'aj va; pò, quant l'é lé
par vultèr dri dal salé,
al la fèirma e aj dis: - Buon giorno!
Cosa mai cerca qui intorno?
Scusi, sa! Ma mi è sembrato
che lei m'abbia un po' guardato! "
" - Ah! Sa, sono un'infermiera,
e guardavo che cos'era
ch'al bagàj che acsé al s'infièva .
e che quèsi a gli scuppièva;
sèl, a furia ed stèr al sbdèl
as finéss pr'imparèr quél! "
" Mo davvero? Oh, me beato
che son proprio capitato
con 'na dona che al mi mèl
la capéss a vòul d'usèl!
S'an-j spiès qui nel boschetto
dritto in mano glielo metto;
basta po' ch'la n'èva póra
che int un spéll a-j al tir fóra ". -
Ciaccarand in sta manira
(e l'usèl sàmper pió al tira)
I s'avein alla cascata
piena d'ombra profumata.
E i-s mittén in un sidélli
fat apósta pr'un idélli.
" - Bàin, induv èla st'infiasàn " -
la fa li - " Fora ch'a vdan!
quast' è zert ch'l'é un po' al mi mstir
ed sgunfièr zert lavurir
e se mai l'ha fat matèria
la so cura è longa e sèria " -
Ment'r acsé la ciaccaréva
FIevia totta a-s'arscaldèva,
l'a-s muvéva piz d'na béssa
cumpagn on eh'èva la pèssa.
Vitturien, pratic dla mósa,
int un spell métt fora incósa
e al da dl'aria a un monumànt
ch'l'é piò gros d'un miuramànt:
longh dis dida e una bajóca,
ch'al per propi al col d'un'oca.
Flèvia un poch ed sas l'arèsta,
po', co-j ucc fora dla tèsta
l'urla fort: "- Oh Dio, am ven mèl
a guardèr ste bèl usèl!
Che capèla e che marón!
Mo quast qué l'é al Ra di ucón!
La mi figa l'é zert daggna
ed st'usèl, mo s'al m'impraggna?!
S'an va brisa dànter péra
Al l'um stroppia tott l'uvèra!
Mo t'an ve pio' vi d'ed qué,
se st'usèl an m'al cocch me.
Ven mo qué mi bel Vittóri:
sgnachmel mo' qué int al zibóri " -
Int un lamp, Flavia si gira
e la scruv al cul ch'aj tira,
un cul sanza discussiàn,
un bel cul da esposiziàn,
e fagand di zigh e rój
l'urla fort: " - Oh, Dio, a m'immój
st'an fé prèst, mi Scarabèl,
a cazzèrum qué st'usèl! " -
Vitturién, con mosa bèla
al se spuda int la capèla;
con libed'n e sanza scus
ed cal cul al plocca al bus,
e con forza da inspirtè
al prinzeppia l'inculè.
La fa Flèvia un vers: " - Aiuto!
metti ancora un po' di sputo,
parché a sent che con l'arblàn
t'am arvén tott al pustràn.
Va pianen! Oh Dio, Gesó! " -
E Vittori: " - Et det t'j vgnó? " -
" - Na, spenz pur, ma con manira
ch'a-j ho anch la figa ch'tira,
e in mancanza ed pistulén
aj tegn fer di didalén.
Oh, Dio me! Va là, spenz pur!
Oh, Madóna, cum l'é dur!
Oh, vigliàch, a san dri a vgnir,
Crést aiut t'am fé murir! " -
Gaitanén, al pulismàn
che ai Zardén l'era ed faziàn,
propi in cl'oura pr'al mèl 'd panza
l'èra dri a fer 'n'istanza
al suo Rè, proprio nei cessi
dei boschetti, o lì nei pressi,
e c'm un turch Crest al biastmèva
che la chèrta piò an truvèva.
Quand al sent ciamèr aiùt
piò ed dou volt int un minud,
als fa forza pr'an scurzèr
par stèr mej ad ascultèr.
E difati al sent a dir:
- Crest ajut t'am fé murir! -
Un stricót, e al stranz al tàja
comm se al cul fosse 'na tanàja,
e pò als tira so i bragón
immardandes i marón;
e po' vi ch'ai va ed vulè
da la banda dla caschè.
AI spettàcol ch'as presànta
al n'è zert priv d'eleganza:
sta la Flèvia, puvrinéina,
meza morta int la banchéina,
smòrta piz d'un pàn lavè,
col fiè gros e j uc asrè.
Scarabèi, int un cantàn,
al se sta smardànd l'arblàn
e a gli dis: " - Cus et magne,
t'fè una pozza t'am tu al fiè? " -
Stréssia in tèra Gaitanén
c'm un salvàg dal Filippén,
e po'al sèlta so a du pàs
da chi du, ch'j arest'n ed sàs.
" - Bene, bene, vi ho ciappàto
giovinastro scalpestrato
che mostraste a una Signora
l'ucaréina mèza fóra;
A guarder zert lavurìr
a-j e chès dabàn 'd murìr,
e a capéss parché sta dóna
s'arcmandèva a la Madóna
Qui, lo giuro sul mio onore,
c'è l'offesa del pudore ". -
" - Ma credevo - al fa Vittóri -
che a tirarlo solo fuori
poi non fosse quel delitto
che in galera mena dritto;
sèl, la coulpa la n'é mi,
mo bansé dla sarturì
che int la fassa ha mess di ptón
ch'j s'av'rrn a ón a ón.
Scusi, sa, Signor Agente,
non ho proprio fatto niente " -
" - Basta, basta, pòchi tàni,
a in scurrì col capitani;
alle scuse io non ci tengo
la farete con l'Arengo.
Competente è la Questura
e fors'anche la Pretura.
E te ven con me in Palàz,
et capè, tèsta de caz?
E li, Sgnòura, cl'ha avó póra
int al vàddrel tirèr fora,
si può metter ben sicura
ch'an j-é piò da aver paura,
che se st'pèz ed biricchén
al tol fora al pistulén
me, parola ed pulismàn,
a j-al guant con una man
e al mett dentro immantinente,
sto bel pezzo di fetente:
che in st'mumànt, a j-al deggh mé,
rappresento il Papa e il Rè! " -
E la véttima. Vittóri,
fa la móffa in reclusóri;
e la pólla che ha salvato
il decoro minacciato
da un simpàtich pèz d'usèl,
la sra fata capurèl.
Questa qué l'é veritè
totta ban documentè,
e s'l'anv piès e s'1 a n'é bèla
pardunnèm la Zirudèla.

Libertas

Bologna fu la prima delle città italiane (e forse anche nel mondo) ad abolire la schiavitù, nel 1257, in una legge contenuta nel “Liber Paradisus”.

Il Liber Paradisus è il memoriale della liberazione dei servi della città e contado, approvata dal comune bolognese nel 1257.
Nel volume sono elencati i nomi dei 5855 servi liberati e dei 379 padroni, introdotti da prologhi che esprimono le motivazioni ideali del provvedimento.
In occasione del 750° anniversario del Liber Paradisus, l'Archivio di Stato di Bologna ha curato l'edizione digitalizzata del volume, che è visibile in internet e di cui può essere acquistata una copia in formato jpg.

Nello stemma della Città compare due volte la parola Libertas.

Qui il video della presentazione del Liber Paradisus del 1257 dall'Archivio di Stato di Bologna

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Villa Aldini

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Villa Aldini oggi.PNG

Il grande edificio in stile neoclassico sulla sommità del colle dell'Osservanza (300 mt slm) è un progetto di Giuseppe Nadi (1780-1814) e Giovanni Battista Martinetti (1764-1830) con la consulenza di Leopoldo Cicognara (1767-1834).

E' commissionato dal conte Antonio Aldini (1755-1826), ministro e plenipotenziario di Napoleone, desideroso di celebrare la cavalcata fatta dall'imperatore durante la sua visita di stato a Bologna nel giugno 1805.

Dalla cima del colle, mirando il panorama della città e della pianura circostante, Bonaparte avrebbe esclamato: "Ca c'est superbe!".

La villa è costruita utilizzando il materiale ricavato dalla demolizione della chiesa e del convento dell'Osservanza, situati poco distanti e acquistati da Aldini il 20 giugno 1812.

Sul luogo sorge dal sec. XII la Rotonda della Madonna del Monte, in parte inglobata nella nuova costruzione e trasformata in sala da pranzo (ma destinata anche a ospitare alcune sculture di Antonio Canova, dopo una ristrutturazione in moderno di Nadi).

Per la decorazione degli interni sono incaricati gli artisti più in voga dell'epoca, come Felice Giani (1758-1823), reduce dai lavori nel palazzo imperiale del Quirinale a Roma, e Andrea Appiani (1754-1817), che però è colpito da apoplessia mentre si prepara a intervenire “nel suburbio di Aldini”.

La grande facciata "con frontone e colonne come un tempio antico", a parere di Stendhal costituisce "in venti luoghi della città un punto di vista a piacere per la gioia degli occhi".

E' sormontata da un timpano con fregio di Giacomo De Maria (1787-1838), un "cammeo gigantesco", eseguito con l'aiuto degli allievi Adamo Tadolini e Alessandro Franceschi, che raffigura l'Olimpo in stile neoclassico.

Soggetto del fregio è una maestosa rappresentazione dell'Olimpo, al cui centro spicca la figura di Zeus, attorniato dalle altre divinità. Nel 1816 la caduta di Napoleone coincise con la rovina dell'Aldini. La maestosa villa fu quindi abbandonata, non raggiungendo mai la completezza della decorazione e l'uso per il quale era stata costruita.

La Commissione Ausiliaria dei Professori di Belle Arti riuscirà ad evitarne l'abbattimento, allorchè durante la Restaurazione il cardinale Oppizzoni vorrà sostituire i "favolosi" bassorilievi con "croci o dipinti di cose Sante".

Tra il 1849 e il 1859 la villa sarà occupata dagli Austriaci, che ne faranno un ospedale per militari convalescenti. Nel '900 infine sarà restaurata da Guido Zucchini e destinata a monumento commemorativo dei bolognesi caduti in guerra.

Sono tre note località sulla Via San Vitale, alle porte di Bologna, direzione Budrio.
Castnès (Castenaso) deriva, com’è noto, da “Castrum Nasicae”, poiché fu proprio Publio Cornelio Scipione Nasica che costruì la via tra Bologna e Ravenna.
Fosamèrza (che è indicata in italiano come Fossamarza), nota soprattutto per la presenza di un albergo di …una certa fama, potrebbe aver preso il nome dal fatto che nei pressi c’era (o c’è ancora) una “fossa marcia”, cioè un fosso d’acqua stagnante, oppure (vista la “romanità” dei luoghi e la traduzione in italiano con la “z”), potrebbe significare “fossa marzia” cioè fosso di Marzio: qualcosa di simile all’acquedotto di Roma chiamato “Acqua Marcia”, non perché mandi cattivo odore, ma perché il manufatto fu fatto costruire, nel II sec. a.C. dal pretore Quinto Marcio Re.

Giorgio Valentinuzzi (1931-2019) è stato un’ala degli anni ‘50. Ha giocato nel Bologna dal 1953 al 1956, un triennio in cui, pur senza conquistare stabilmente la maglia da titolare, è riuscito a segnare dieci gol in quarantatre partite, compresa una doppietta che è valsa una memorabile vittoria sulla Juventus nel 1955.

L’esigente platea bolognese non gli perdonava però una certa discontinuità di rendimento.

Un pomeriggio un tifoso maligno s’alzò in piedi in un momento in cui il giocatore stava rientrando, forse un po’ troppo lentamente, da un’azione d’attacco.

E gridò: “Valentinuzzi al telefono!”. Come dire: prenditela comoda.

Valentinuzzi troverà il modo di farsi perdonare. Fu lui ad essere la pedina di scambio quando il Bologna lo diede al Lanerossi Vicenza per avere Mirko Pavinato, il futuro capitano del settimo scudetto.